Kurt ed Eve vagano in un deserto postatomico alla ricerca di un posto dove vivere. Lei è incinta, lui caccia quei pochi animali che trovano. Arrivati alle porte di un grande aggregato urbano, usano la carne per corrompere e accedere di straforo alla città. Vengono scoperti e condotti in un centro di detenzione, per stabilire il loro grado di sostenibilità, quanto cioè consumino e quindi quanto la loro presenza non destabilizzi l’equilibrio della città. Solo quando l’indice di sostenibilità è a zero la città può accoglierli.

Nell’inizio e nella fine di Index zero c’è il meglio della produzione di fantascienza più recente, la distopia di un futuro che parla di presente, in cui la tecnologia non è più il centro della storia ma un elemento di arredo che, al pari della fotografia desaturata, restituisce un’idea di mondo futuro probabile, di evoluzione della società lungo il medesimo asse sul quale poggia oggi ma nella peggiore delle direzioni. Il parto come evento raro sembra prelevato da i figli degli uomini nella stessa maniera in cui lo sfondo sociale rimanda a District 9. Nonostante i modelli alti, Sportiello risolve bene il problema della credibilità del contesto, tratta la parte di effetti speciali con la dignità necessaria a guadagnare per il suo film un posto nel salotto buono della fantascienza e poi, nella parte centrale ambientata nel centro di detenzione, sembra guardare un po’ di più alla tradizione italiana, nonostante il film faccia di tutto per emanciparsene.

Pensato prima come cinema d’infiltrazione e poi come cinema d’evasione da un carcere, Index Zero idealizza un eden opponendogli un deserto in cui niente sembra poter sfuggire alla morte, eppure popolato e vitale, come un mercato mediorientale. In questo modo confonde le acque, non prende necessariamente una parte e crea una suggestione di futuro al tempo stesso romantica e pericolosa, incrociando il sogno di un domani migliore cullato dalla coppia protagonista al suo scontrarsi contro il peggiore dei presenti.

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